I segreti tra le mura – Pillola

I segreti tra le mura – Pillola

 

 

Prologo – Caccia nella notte

Milano, 26 giugno 2021

 Succede di nuovo. È come se la mia anima si staccasse dal corpo. Lo vedo alzarsi dal letto e prepararsi con cura. Indossa un top con i lustrini, la minigonna e i tacchi alti. Ha un trucco leggero e i capelli raccolti dentro una parrucca verde. Chiama un taxi. Dà l’indirizzo di una piccola discoteca di periferia. Devo seguirla. Lei è Nanà, l’altra parte di me. È forte, decisa, arrabbiata. Stanotte va a caccia.

Volo sopra la città mentre il taxi bianco corre tra le vie trafficate della vita notturna. L’auto si ferma davanti a un palazzo con un grande parcheggio. È un andirivieni di veicoli lussuosi e persone eleganti. Non so che cosa ci faccio qui, non è il mio ambiente.

Davanti all’ingresso c’è un uomo con indosso una t-shirt e un paio di pantaloni neri. Ha la barba scura accuratamente rasata e i capelli lunghi e lucidi. Si fa notare per gli imponenti bicipiti che la t-shirt mette in evidenza. Nanà si ferma davanti a lui. Viene squadrata dalla testa ai piedi. L’uomo si sposta e la fa entrare. Passo davanti a quel ragazzo come se niente fosse. Oltre la porta d’ingresso c’è un altro ragazzo. Prende la mano di Nanà e gliela volta con delicatezza. Preme un piccolo timbro sul polso. Lei sorride a quel piccolo contatto umido. Si dirige verso la sala principale, la musica rimbomba e fa tremare tutto.  Se appoggiassi le mani al muro lo sentirei vibrare. Le pareti sono nere e il pavimento è rosso, lucido. Dal soffitto pendono grosse sfere argentate, le luci ballano a un ritmo che trascina. Sono raggi colorati che rimbalzano sui globi. Tagliano i getti densi di vapore profumato in una sala ormai piena. Centinaia di corpi che si muovono e si sfiorano. Ragazze e ragazzi giovani, profumati, sudati, alcuni già ubriachi. Il pavimento e le pareti sembrano echeggiare di quei suoni e di quei movimenti. Una sensazione che mi attraversa. Chissà cosa prova lei. Sembra a suo agio. S’infila tra quelle persone che si agitano. Nessuno può resistere a quel battito ossessivo di percussioni e strumenti elettrici. Le parole sono violente, trasmettono rabbia. Chi le ascolta ne resta ipnotizzato.

Passo tra quella gente, la attraverso. È una sensazione strana, provo un brivido per ogni corpo. Per un istante leggo i loro pensieri, solo un battito di ciglia per ognuno. Non mi fermo dentro un corpo, provo un istante della sua vita e vado oltre. Nessuno sembra accorgersene. Nanà, invece, evita di toccare gli altri.

Al margine della pista ci sono poltroncine, divanetti, tavolini. Ci sono bicchieri e bottiglie ovunque. Mi fermo in quella zona e resto a osservarla. Non la riconosco. Il suo corpo, che poi è il mio corpo, si muove come un giunco al vento, sinuoso, elegante, sensuale. Molti la guardano. Si avvicinano, ballano con lei, la sfiorano. Luci fosforescenti accarezzano i capelli verdi, scivolano sulla sua pelle. Ride, si muove, parla nell’orecchio di qualcuno, ma poi lascia la pista e inizia a girarci intorno. Non so che cosa stia cercando. Si blocca. Appoggiata contro una colonna osserva un uomo seduto su uno dei divanetti di pelle rossa. Siede con le braccia aperte e appoggiate sullo schienale. Sembra voler far notare gli anelli e il braccialetto d’oro. Le gambe sono aperte e distese. Il completo è stropicciato e la camicia è aperta sul petto. Arriccio il naso e so che anche Nanà ha fatto lo stesso. Lui guarda chi balla, è compiaciuto. Ha davanti a sé una bottiglia di spumante e due bicchieri puliti. Saluta a destra e sinistra come se conoscesse tutti. La maggior parte delle persone lo ignora.

Non perde di vista il centro della sala. Guarda le ragazze più giovani. Osserva i loro movimenti fluidi, sensuali. Sono chiare provocazioni per i ragazzi che hanno vicino. Il suo interesse si concentra su una sola ragazza. Ha lunghi capelli biondi, un fisico sottile e il viso piccolo, carico di trucco. Il vestito corto sfiora i lunghi stivali che le arrivano oltre il ginocchio. Si muove sicura sui tacchi vertiginosi. Segue il ritmo, rapida, concentrata, ipnotizzata da quel martellare incessante. Lui guarda e si asciuga il sudore con un fazzoletto stropicciato. Si passa la lingua sulle labbra mentre versa due bicchieri di spumante. Fruga in una tasca e lascia cadere qualcosa in uno dei bicchieri. Si avvicina a lei come una iena alla preda, le fa vedere un calice. Riceve uno sguardo indulgente e un sorriso tirato. Continua a ballare, incosciente di quello che sta per accadere.

Nanà non lo ha perso di vista. Ha osservato i suoi movimenti e ha capito le sue intenzioni. Raggiunge la coppia. Attira l’attenzione dell’uomo ballando sempre più provocante. Sorride. Parla con l’uomo che, intanto, si distrae e lascia che lei gli si strusci addosso. La ragazza con gli stivali si stringe nelle spalle. Si sposta di qualche passo. Un ragazzo con i jeans strappati e una felpa bianca la avvolge in un abbraccio. Tutto il resto è dimenticato. Nanà e l’uomo si avvicinano. Gli urla nell’orecchio parole che echeggiano nella mia testa.

«Ciao paparino, vuoi compagnia?»

«Mi chiamo Vito.»

Lei punta il dito contro il proprio petto. Si avvicina ancora e gli mette un braccio sulla spalla.

«Nanà. Usciamo a prendere un po’ d’aria?»

«Sediamoci, ho dello spumante in fresco. Festeggiamo questo incontro.»

Nanà scuote appena la testa e lascia la pista.

«Dopo! Vieni con me. Non te ne pentirai.»

L’uomo prende Nanà per un braccio e l’accompagna verso il divanetto. Lei si impunta e si dirige a passo deciso verso i bagni. Il corridoio è pieno di gente, la coda è lunga. Nanà nota l’uscita di sicurezza. L’uomo la segue, sempre più eccitato e impaziente. Sono lì con loro. Li guardo dall’alto, contro il soffitto che è ruvido, grezzo, senza luci. Sento odori inequivocabili che mi fanno stare male.

La porta si apre quando Nanà la spinge, il vicolo è semibuio. Una parete è occupata da cumuli di casse, cartoni vuoti e bidoni di alluminio. L’odore è un miscuglio di olezzi acri. È un fetore che conosco bene, l’odore del degrado. L’aria è fresca, ma la sensazione non è piacevole. Quel vicolo è un posto sudicio.

Nanà non esita. Infila la mano destra nella borsetta. Con la sinistra spinge l’uomo contro il muro. Un gesto secco, perentorio. Lo guarda negli occhi. Vede il suo respiro affannoso, il desiderio crudo nel suo sguardo. Le mani si muovono ansiose sul nostro corpo. Le sue dita umide sfiorano la nostra pelle. È un contatto che fa rabbrividire. Scivolo lungo il muro. Sono con lei, leggo i suoi pensieri. Siamo così diverse. Lei è fredda, calcolatrice, animata da una rabbia profonda. Mi sconvolge sentirla così com’è. Nei suoi abiti succinti c’è un’implacabile assassina. Ha le movenze sinuose e le espressioni gelide di una pericolosa belva in caccia.

Lui non si arrende, continua a toccare. Il disgusto che proviamo è profondo. Nanà non prova attrazione o brama. In lei sento solo la determinazione che si oppone alla lussuria e al desiderio di possesso.

Le basta un gesto deciso per essere libera.

In un istante muove il braccio destro e sferra un colpo. Il bisturi ha un bagliore sotto la luce debole del lampione. La vedo ritrarsi prima che il sangue incominci a uscire. Guarda la sua vittima con un’espressione glaciale. L’uomo la lascia andare di colpo. Sgrana gli occhi. È un’espressione di puro orrore. Si porta le mani al collo. Il sangue inizia a sgorgare scuro e denso. Vorrebbe dire qualcosa, ma dalla sua bocca esce solo un gorgoglio umido. Il suono è sempre più indistinto, a mano a mano che la vita lascia il corpo. Lo sguardo stupito diventa terrorizzato. Cerca di allontanarsi, ma le gambe non lo reggono più. Si accascia a terra in una posa scomposta. Le dita sono ancora strette al collo in un inutile, patetico tentativo di fermare il sangue.

La guardo mentre riprende fiato. Ha le braccia leggermente aperte, la mano che stringe l’arma gocciolante. Minuscole gocce di sangue l’hanno raggiunta. Deve ripulirsi per evitare di essere notata. Calma, controllata. Nessuno ha visto. Una rapida occhiata le basta per confermare l’assenza di telecamere. Si inginocchia a ripulire il bisturi sul risvolto della giacca dell’uomo. Con un angolo del risvolto pulisce con cura anche la mano. Estrae un fazzolettino di carta dalla borsa. Tampona il sudore che le bagna la fronte e il labbro, poi lo appallottola e lo getta in una pozzanghera. Quel liquido ha un odore ripugnante, non è pioggia. Guardo il fazzolettino impregnarsi, allargarsi, distendersi, mentre il fondotinta si scioglie nella pozzanghera.

Inizia la sua metamorfosi. Toglie la parrucca e l’appallottola dentro la borsetta con un rapido gesto. Scioglie i capelli e li pettina con le mani. Sono vaporosi, ribelli. La fanno apparire meno provocante e volgare. Estrae una camicetta stropicciata e l’indossa sopra il top. Sfila la minigonna e srotola i pantaloni di pizzo che ha sotto di essa. Il corpo che condividiamo si trasforma sotto i miei occhi. Irriconoscibile, Nanà è pronta a svanire nella notte.

È incredibile la rapidità con cui il nostro corpo si è trasformato. L’abbigliamento ne ha cambiato completamente l’aspetto. Non rientra nel locale. Si allontana un poco dal vicolo e chiama un taxi per farsi riportare a casa. Tranquilla, serena, con un’espressione soddisfatta in volto.

Nanà guarda il cellulare come se fosse un oggetto inerte. Uno strumento semplice per evocare una carrozza moderna che la porti via dal sangue. Non si accorge che quel piccolo pezzo di plastica e vetro ha appena iniziato a tradirla. Ogni secondo che passa, il segnale urla la nostra posizione nel silenzio della notte. Una traccia invisibile, indelebile, che ci segue nell’oscurità come un’ombra.  Nella sua logica predatrice, una volta che la chiamata è finita, il legame è spezzato. Ha pulito il bisturi, ha cancellato le tracce fisiche, ha cambiato pelle. Per Nanà la caccia è chiusa e il segreto è salvo. Non può immaginare che cosa sta facendo quel piccolo oggetto. Lei sorride nel buio del taxi ripensando a ciò che ha fatto. Il dispositivo, invece, sta lasciando una traccia che può essere ricostruita. Sento la sua voce scandire un ordine preciso all’autista.

«Stazione Centrale, per favore.»

L’uomo si volta a guardarla, perplesso.

«A quest’ora non ci sono più treni né corse per la metropolitana.»

«Stazione Centrale, per favore.»

L’ha ripetuto con una calma glaciale. L’autista si è stretto nelle spalle ed è partito. Il taxi scivola sull’asfalto asciutto di strade deserte. Venti minuti ci bastano per raggiungere la destinazione. Non ho lasciato per un attimo il tettuccio di quell’auto chiara. Mi è sembrato di sentire i pensieri dell’uomo che non comprende. Fa qualche illazione, si chiede se aspettarla o lasciarla andare. Lo sento pensare: “Se fosse mia figlia…”, ma poi il pensiero torna alla strada e tutto tace. Nanà non pensa all’uomo del vicolo, per lei è tutto finito. Il suo pensiero è concentrato sul ritorno a casa, al nostro letto, al domani che ci attende.

 

Piazza Duca d’Aosta è illuminata. C’è una pattuglia dei carabinieri. Nanà si fa lasciare al posteggio dei taxi. L’auto riparte subito. Si guarda intorno, controlla l’ora sul display del cellulare. Ci sono figure scure, indistinte che attraversano la piazza. I carabinieri chiusi nell’auto, non sembrano cercare niente di particolare. Appoggiato alla colonnina del telefono, c’è un uomo. Si scambiano uno sguardo. Lei ha l’espressione di chi non sa cosa fare. Gli regala un timido sorriso. L’uomo le fa cenno di avvicinarsi.

«Signorina, ha bisogno di un taxi?»

Annuisce e si siede sull’auto bianca che l’uomo le indica. Profuma di vaniglia, un profumo forte, intenso. Nel buio dell’abitacolo non può vedere molto, ma quel taxi sembra pulitissimo. Respira con più calma, riesce a rilassarsi un po’. Dà il nostro indirizzo. Non riesco ancora a riprendere il controllo del mio corpo. Sono costretta a seguirla e aspettare. Mi sento intrappolata in quella sensazione di due in una. Un corpo che, al momento, non mi appartiene e di cui provo tutte le sensazioni.

Mi pesa questo incubo. Non può essere vero. Questo è il mio segreto. Lo terrò sepolto dentro di me. Nanà non sono io.

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Maria Caterina Comino

Amo scrivere da sempre, ma pubblico dal 2011. Mi piace il genere noir. Mi piacciono i romanzi di avventura e le storie che parlano di animali. Amo sperimentare qualche genere nuovo, ma devo avere in testa la storia. Adoro fare ricerca per le ambientazioni e per qualche personaggio. Ho scoperto i lupi e gli orsi, domani potrei innamorarmi di qualche altro animale. Adesso il mio genere preferito, almeno per un paio di romanzi, è la stregoneria.